le persone che amiamo vanno oltre la morte

“Joseph lasciò cadere la lettera a terra e nascose la fronte nelle mani. La sua mente era inerte e torpida, ma in lui non c’era tristezza. Si chiese perché non era triste. Burton lo avrebbe rimproverato se avesse saputo che un sentimento di gioia e di benessere stava sorgendo in lui. Sentì i suoni ritornare nella campagna. Le allodole levarono piccole torri cristalline di melodia, uno scoiattolo chiacchierava stridulo, seduto ritto sulla soglia della sua tana, il vento mormorò un istante nell’erba, poi si fece forte e sicuro portando gli odori acuti dei prati e della terra umida, e anche il grande albero di ridestò alla vita sotto il vento. Gli occhi gli si illuminarono di riconoscenza e di conforto perché il forte e semplice spirito del padre che aveva abitato in gioventù in una nube di pace, era ormai entrato nell’albero. Joseph salutò alzando una mano. Disse piano “Son contento che siate venuto, padre. Non ho compreso fino ad ora quanto sentissi la vostra mancanza.“. L’albero fremette leggermente. “E’ terra buona, vedete” continuò Jospeh sottovoce “Vi piacerà starci, padre

“AL DIO SCONOSCIUTO”, John Steinbeck

Ho letto questo passaggio qualche giorno fa, ed è stato come quando un  profumo ti invade le narici, e per qualche secondo ti rimane un’incessante eco di quell’odore. In qualche modo le mie narici ne avevano già la forma.
Ho ripensato a mia nonna, la cui assenza mi è tuttora inspiegata e inspiegabile.
Mia nonna non è un albero, mia nonna è una parte fisica di me: le mie mani.
C’è qualcosa di sacro ed eterno nelle mani che cucinano, nei gesti di fatica e condivisione che ne sono caratteri fondamentali. Mia nonna aggiungeva nei piatti il suo senso della famiglia, e credo sia quello il motivo per cui nessuno riuscirà mai a rifarli uguali. Mai espressione fu azzeccata di “Ci metteva di suo”.

Ieri con la mia famiglia abbiamo fatto i caplaz, i cappellacci di zucca ferraresi, una cosa che mia nonna preparava con un’abilità e una devozione ammirevole. Non capita quasi mai di lavorare in 4 in una cucina. Chi si intende un po’ di fornelli sa che questo va contro l’ottimizzazione degli spazi e dei tempi. Ma ci sono piatti che forse non ci azzardiamo a fare da soli. E quando, come in questo caso, cucinare significa commemorare, non lo si fa da soli.

E ho sentito distinta la voce di mia nonna, allegramente piccata, che mi spiegava che di nuovo avevo sbagliavo il movimento nell’arrotolare la pasta attorno all’indice.

Ringrazio Fugzu per la foto, che si trova su Flickr all’indirizzo
My creation

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