primo colloquio di lavoro (2a parte)

 
Dicevamo… il treno è partito, e io ferma al binario. Nella mia testa risuonano le note de "La Stangata".
 
"Agenzia? Si, sempre io. Si, perso di nuovo". La pazienza dall’altra parte crolla come le borse nel ’29.
"D’accordo, quando è lì però prenda un taxi".
Certo certo certo infinitamente certo.
 
Salgo in treno, e inizio a fare il punto della situazione.
Penso alle perle di saggezza di Laura e della sorella: i difetti come la testardaggine, i pregi, la stretta di mano, il tacco basso, lo sguardo dritto negli occhi.
 
Vorrei andare in bagno, ma il bagno del treno è ancora chiuso.
Un signore distinto, con una barba imponente, sembra condividere il mio stesso desiderio. Avrà settant’anni e se non l’avessi davanti ai miei occhi non ci crederei, che un tipo del genere possa esistere al di fuori di un romanzo russo.
Si siede davanti a me. In silenzio. Sospirone di sollievo. La Saramago-barriera funziona.
Illusa, Vale, e ingenua. Uno sguardo verso di lui lo fa sentire autorizzato a parlare di fumetti, poi di filosofia di ambiente di segni zodiacali di arte.
Grazie a Dio è una persona perlomeno interessante e acculturata.
Però il mio corpo mi trasmette continui segnali d’allarme: la sua mano sfiora la mia gamba un po’ troppe volte per essere un’azione maldestra o casuale.
E prima di scendere mi lascia il suo biglietto da visita , dicendomi "Mi chiami qualche volta".
Sorrido, più al fatto che stia scendendo che a lui.
 
Il biglietto tra le mie dita proclama
laurea in filosofia laurea in pedagogia specializzazione musicologo giornalista pubblicista poeta…
Alla quarta riga mi sono già annoiata.
 
Metto nel portafoglio, deciderò poi cosa farne, a chi darlo.
 
Dall’altra parte del corridoio del treno si alza una voce che si rivolge a me.
No, non di nuovo.
Invece è un ragazzo di Bassano con cui scambio alcune chiacchiere e che mi dà uno strappo in macchina fino all’Alpitour.
Perchè l’Alpitour non è nemmeno a Cuneo, è in frazione. San Rocco di Castagnaretta. Già il nome dà un’idea della grandezza del posto.
Il tipo dopo avermi accompagnato non ci prova nemmeno. Il mio cuore ha un moto di ringraziamento cosmico.
Gli uccellini in cielo cinguettano e il cielo si fa decisamente più azzurro.
Entro nell’Alpitour. Sembra l’ingresso di un albergo. La portinaia mi fa firmare l’entrata  e vengo dotata di un cartellino. Vorrei dire "Non sono qui in gita, ho un colloquio", ma non vorrei che la mia ironia fosse interpretata come alterigia. Tratterrò la battuta per occasioni migliori.
 
Vengo annunciata alla responsabile.
"La signora Barbieri è qui".
(Signora?)
Salgo un piano di scale
La donna in giacca e pantaloni neri, filo di trucco e tacco basso si trova davanti ad un’esaminatrice con una camicia viola psichedelica.
(A sto punto venivo via in pigiama, che mi facevo un po’ meno problemi!)
 
Colloquio lunghissimo, quasi un’ora, in cui lei guardava il mio curriculum come se ci vedesse delle macchie di Rorschach da interpretare.
chi sei
  i tuoi studi
   sei stata a Mosca quando
     il cliente ha ragione
     ha sempre ragione
      ha immancabilmente ragione
PER IL CLIENTE IP IP URRA’
   mai incazzarsi
     mai prenderla sul personale
      ti possono dare dell’idiota ma non ce l’hanno con te
          sono frustrati per affari loro
CARINI E COCCOLOSI
CARINI E COCCOLOSI
CARINI E COCCOLOSI
 
Faccio un po’ la splendida durante il colloquio, le snocciolo qualche aneddoto di Mosca.
Che minchiona che sei Vale, mi dico poi.
 
Esco dalla stanza, firmo l’uscita dall’Alpitour.Semino passi verso l’uscita in direzioni incongrue. La portinaia mi guarda, forse si sente un po’ madre e dice "Non è che vuoi che ti chiami un taxi?"
Direi di si.
Viaggio in treno verso Torino, con un occhio che ad intervalli regolari si chiude, come le Barbie quando uno dei due occhi si incastra.
 
(to be continued)
  
 

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